Saggio sull'ASI da rivedere

A firma di Matteo Landoni la casa editrice Il Mulino pubblica un saggio sull'istituzione dell'Agenzia Spaziale Italiana che lascia non poche perplessità al lettore, nello specifico a chi conosce quella realtà

La copertina del saggio

La copertina del saggio

Francesco Rea 5 marzo 2018

Qualche settimana or sono mi venne segnalato un volume del Mulino, nota casa editrice di Bologna molto attenta alla cultura scientifica, dal titolo L’Agenzia Spaziale Italiana, tra stato innovatore e dimensione europea.


 


La mia ovvia curiosità non solo ricadeva nel fatto che nessuno sembrava a conoscenza di questa opera dedicata all’ASI, ma che pubblicizzasse l’aver attinto a fonti inedite pre costituzione dell’ente. Con molta gentilezza la casa editrice mi ha messo a disposizione il volume, 199 pagine al costo di 20€.


 


Ora dovrei scrivere se mi è piaciuto o meno. Non è semplice. Mettiamola così: se non si intitolasse come è, che fa apparire l’opera come un saggio sulla creazione dell’ASI e la sua storia, avrei comunque da ridire, ma avrei apprezzato il tentativo e soprattutto la cospicua ricerca bibliografica. Alcune sviste, conbseguentemente, sarebbero passate in secondo ordine. Un esempio su tutti: a pagina 98 si descrivono le posizioni parlamentari legate alla creazione dell’ASI e come avrebbe dovuto essere concepita, spiegando che non avrebbe potuto essere un ente di ricerca dedicato alla scienza pura in quanto esisteva già l’INAF, l’Istituto Nazionale di Astrofisica, dedito a tale scopo.


 


Che dire? All’epoca, esattamente come per l’ASI, quelle attività erano proprie del CNR. Ben dopo la creazione dell’ASI fu pensato l’INAF, da un astronomo accademico dei Lincei membro del CdA dell’ASI, nel 1999. Ebbe poi la sua definitiva conformazione nel 2004, dall’allora ministro della Ricerca, Letizia Moratti.


 


In realtà il riferimento all’Agenzia Spaziale Italiana sembra essere stata la motivazione per rendere “appetibile” un saggio economico, comunque un po’ confuso, dedicato all’economia europea e allo sviluppo delle attività spaziali. L’Italia è vista parzialmente, a volte in maniera contraddittoria: ad esempio nelle prime tre righe del volume, dell’introduzione al volume, introduzione che immaginiamo dell’autore stesso, si legge: L’Italia è uno dei paesi occidentali a economia industriale avanzata, eppure il suo contributo all’innovazione tecnologica è di scarso rilievo, episodico, spesso riconducibile a realtà incapaci di ottenere vantaggi duraturi dall’innovazione.


 


Sebbene in altri momenti questa affermazione così tranchante viene contraddetta, appare, al lettore qui presente, che tale premessa leghi poco con il fatto che l’Italia sia la sesta potenza spaziale al mondo, la terza in Europa. Inoltre le attività spaziali del nostro paese, appare, dal saggio, siano riconducibili pressoché alle sole telecomunicazioni: il pioneristico Sirio (sul quale l’autore ha realizzato la tesi di dottorato) e gli Italsat 1 e 2.


 


In alcuni casi si forzano le situazioni, come a pagina 148, quando la compartecipazione dell’Italia alla missione Cassini viene ricondotta alla decisione del governo di allora di aprire ai rapporti bilaterali, non volendo esaurire l’attività spaziale italiana nella sola ESA. Era il 1995, due anni dopo la sonda Cassini-Huygens sarebbe stata lanciata alla volta del sistema di Saturno. Un po’ troppo a ridosso, la firma tra Reginald Bartholomew e il ministro Antonio Martino, per giustificare temporalmente il notevole contributo che l’Italia, tramite l’ASI e grazie alla capacità innovativa della sua industria, ha fornito per questa grandiosa missione recentemente conclusasi. Non era altro che la presa d’atto di una decisione ben precedente. Anche perché i rapporti tra USA e Italia, complice anmche la nostra posizione geopolitica, erano strettissimi fin dai tempi di Broglio e del Progetto San Marco.


 


Conclusioni? L’auspicio sarebbe che autore e casa editrice facessero un po’ mente locale, lo aggiustassero e lo riproponessero in una seconda edizione.