Alla luce della Luna per osservare la Terra

Il chiarore lunare che calibra gli strumenti ottici affinerà le prestazioni

dalla Luna alla Terra

dalla Luna alla Terra

Manuela Di Dio 2 maggio 2018

La Luna è l’ingrediente in più per assicurare dati sull’ambiente affidabili e di buona qualità. Il fatto che la superficie lunare sia rimasta sostanzialmente inalterata per milioni di anni, ad eccezione di occasionali impatti di meteoriti vaganti, fa sì che la luce riflessa dalla superficie lunare sia un’ottimale fonte di calibrazione per gli strumenti ottici di osservazione della Terra. Adesso, un progetto dell’Esa ha intenzione di rendere ancora più utile il riflesso lunare.


 


Sulle pendici del Monte Teide, a Tenerife, al di sopra degli strati aerei più affollati da nuvole e polveri, è stato installato un fotometro che misurerà le variazioni notturne del chiarore lunare, per affinare le future attività di calibrazione. Il fotometro solare, simile a quelli utilizzati per misurare il particolato atmosferico, è appositamente tarato per le misurazioni notturne. «Tutte le agenzie spaziali del globo usano la luce della Luna per verificare e monitorare la calibrazione degli strumenti ottici di osservazione della Terra» spiega Marc Bouvet, supervisore del progetto per Esa. «Gli strumenti, scrupolosamente calibrati prima del lancio, una volta in orbita possono gradualmente vedere diminuite le proprie prestazioni. Bisogna essere sicuri che i cambiamenti della luce registrati sulla Terra corrispondano a variazioni oggettive e non a differenze nelle performance degli strumenti. La superficie della Luna, che resta inalterata, costituisce, quindi, un perfetto target per monitorare la stabilità della calibrazione degli strumenti».


 


La difficoltà è che la superficie della Luna visibile non è sempre la stessa; in 28 giorni di ciclo lunare non vediamo sempre esattamente la stessa faccia. «Il nostro obiettivo è quello di osservare il disco lunare per un periodo di due anni per creare un modello di radiazione lunare estremamente accurato, che abbatta il margine di incertezza dell’attuale modello disponibile dal 10% al 2%», afferma Marc Bouvet. I ricercatori che convergono sul progetto dell’Esa provengono dal britannico National Physical Laboratory, dall’Università spagnola di Valladolid, dal belga Flemish Institute for Technological Research e ritengono che il modello, che sarà pronto entro una decina di anni, agevolerà di molto la comparazione dei dati e la rappresentazione dell’ambiente terrestre.