Quel che resta della Tiangong - 1

Il Palazzo Celeste è caduto senza danni per nessuno, nell'Oceano Pacifico Meridionale, lasciando una eredità, un battaglia tecnologica comune perché non si corrano più tali rischi

Immagine artistica della Tiangong 1 in rientro nell'atmosfera

Immagine artistica della Tiangong 1 in rientro nell'atmosfera

Francesco Rea 2 aprile 2018

Alla fine la sua caduta si è conclusa nell’Oceano Pacifico Meridionale, non distante da quel tratto di mare che viene considerato il cimitero dei detriti spaziali. Stiamo parlando del Palazzo Celeste, traduzione di Tiangong – 1 la prima stazione orbitante cinese. Lanciata nel settembre del 2011, questo laboratorio spaziale servito dalle navette Shenzhou, era lungo poco oltre i dieci metri per un peso di 8 tonnellate. Nel marzo del 2016, due anni fa, la Cina ammise di averne perso il controllo, e da quel momento diventò oggetto di attenzione “morbosa” da parte delle agenzie spaziali di tutto il mondo, italiana compresa.


 


Nonostante fosse fuori controllo la Stazione cinese ha mantenuto a lungo il suo assetto cominciando una lenta caduta dai suoi trecento chilometri di altezza dove era stata posizionata. Inizialmente il suo rientro fu previsto per la fine del 2017, ma mano a mano che l’orbita si faceva più prossima all’atmosfera, sempre più accurate si facevano le previsioni e così la Pasqua del 2018 si è fatta sempre più probabile anche se poi la conferma definitiva è arrivata appena una settimana prima.


 


Da quel momento il comitato tecnico istituito presso il Dipartimento della Protezione Civile, che si è avvalso dell’Agenzia Spaziale Italiana sia per la raccolta dei dati frutto del coordinamento di altre realtà come, tra le altre, il CNR, l’INAF, l’aeronautica Militare, sia per le analisi dei dati con bollettini giornalieri, ha cominciato ad informare quotidianamente il pubblico.


 


L’Italia è stata infatti, fino all’ultimo, una delle zone del pianeta con probabilità, sebbene molto basse, di essere coinvolte dalla caduta, con quattro orbite della stazione che la interessavano direttamente, dalla Liguria in giù. Gli ultimi giorni hanno visto continui aggiornamenti nell’orario e relativa forbice di previsione. Una volta chiaro che sarebbe caduta nella notte tra il primo e il due aprile, avendo la Stazione rallentato la caduta per scarsa attività solare, il passare delle ore nella notte appena passata ha prima scandito il venir meno dell’Italia (ad esclusione di Lampedusa) come possibile area interessata dai detriti, per poi sancire alle ore 2.16 italiane il momento della caduta dei detriti della Tiangong – 1 quasi completamente bruciata al suo rientro nell’atmosfera,  nell’Oceano Pacifico Meridionale.


 


Le probabilità che vi fossero danni a cose e persone erano basse, in un pianeta composto al 75% di acqua. Ma anche la minima probabilità va considerata, e il mondo, perché di questo si tratta, ha collaborato in maniera sinergica perché chiunque, in ogni parte del globo, si sentisse sicuro o comunque tutelato.


 


Ora però il mondo deve guardare al futuro sapendo che i detriti spaziali sono un problema che va affrontato prima che il “cassonetto” sia pieno. L’Italia è tra i paesi più attenti sul tema, ma questo può essere efficace solo se diventa un obiettivo comune.