Marte, la ‘tavolozza’ di Curiosity

Il rover della Nasa, impegnato ad esplorare la Vera Rubin Ridge, sta impiegando dei particolari filtri per analizzare al meglio il terreno e i suoi minerali

Immagine a falsi colori che evidenzia l'ematite (Credits: Nasa)

Immagine a falsi colori che evidenzia l'ematite (Credits: Nasa)

Valeria Guarnieri 2 novembre 2017

Pianeta Rosso in technicolor negli ultimi scatti di Curioisity, il rover targato Nasa che dal 6 agosto 2012 sta perlustrando la zona del Cratere Gale e dintorni. L’infaticabile esploratore, sin dalle prime attività, ha utilizzato spesso la sua capacità di percepire i colori e la sta particolarmente mettendo a frutto in questo periodo, in cui è impegnato a studiare l’ematite di una cresta che porta il nome dell’astronoma americana Vera Rubin. Curiosity, infatti, può volgere il suo sguardo elettronico su Marte impiegando sia speciali filtri utili per individuare determinati minerali, sia uno spettrometro che amplifica le sue capacità di visione. Queste particolari tecniche di osservazione sono di grande aiuto al team della missione per comprendere dove dirigere il rover e per selezionare i target da studiare. Gli strumenti che Curiosity utilizza per effettuare queste indagini ‘a colori’ sono la MastCam (Mast Camera) e la ChemCam (Chemistry and Camera).


Gli ‘occhi’ della MastCam, ad esempio, sono dotati di specifici filtri in grado di valutare come una roccia può riflettere la luce in determinati colori oppure come un minerale può assorbire certe lunghezze d’onda. ChemCam, che utilizza il laser per identificare gli elementi chimici delle rocce, può esaminare i target di missione anche misurando la luce da essi riflessa in migliaia di lunghezze d’onda e identificare quindi i vari minerali in base ai dati spettrali. Questi strumenti sono stati impiegati per studiare l’ematite presente nel terreno della Cresta Vera Rubin, situata alle pendici del Monte Sharp e ritenuta una meta d’interesse per Curiosity già prima del suo arrivo su Marte; le osservazioni spettrali effettuate dallo spazio, infatti, avevano già evidenziato tracce del minerale. L’ematite si forma in presenza di acqua ed è questa caratteristica che la rende di grande importanza nell’ambito delle perlustrazioni di Curiosity; la missione del rover, infatti, è centrata sullo studio degli ambienti umidi dell’antico Marte e sui fattori che hanno portato al cambiamento di quelle remote condizioni ambientali.


In una ricognizione effettuata lo scorso 16 settembre, Curiosity ha appunto realizzato con la MastCam un’immagine a falsi colori in cui la presenza di ematite è evidenziata da un intenso color porpora (qui in alta risoluzione). Pochi giorni prima, il 12 settembre, il rover aveva svolto un’altra perlustrazione scattando immagini a falsi colori, sempre con la MastCam, poi impiegate per realizzare un’unica foto panoramica (qui in alta risoluzione) che evidenzia tracce di ematite, soprattutto nelle aree dove il sostrato roccioso appare fratturato. Ulteriori indagini condotte con la ChemCam hanno rivelato invece che il minerale è distribuito più uniformemente ed è presente anche lontano dalle fatture, sotto uno strato di polveri. In base a queste osservazioni, gli studiosi hanno ipotizzato che l’origine dell’ematite dev’essere alquanto antica piuttosto che risalire ad un periodo più tardo in cui l’acqua si faceva largo tra le fratture delle rocce.