Trappist, Hubble a caccia di acqua

Il telescopio Nasa-Esa utilizzato per verificare l’eventuale presenza di acqua sui sette pianeti del sistema di Trappist-1

Rappresentazione artistica del sistema di Trappist-1 (Credits: Eso/N. Bartmann/spaceengine.org)

Rappresentazione artistica del sistema di Trappist-1 (Credits: Eso/N. Bartmann/spaceengine.org)

Valeria Guarnieri 1 settembre 2017

Una ‘compagnia’ di sette pianeti di dimensioni simili alla Terra che orbitano intorno ad una stella nana rossa ultrafredda, situata nella costellazione dell’Acquario ad una distanza di soli 40 anni luce dalla Terra: è questo l’identikit del sistema planetario di Trappist-1, la cui scoperta è stata annunciata lo scorso 22 febbraio e illustrata in uno studio pubblicato sulla rivista Nature. I setti ‘fratelli’ sono saliti spesso agli onori della cronaca per ricerche mirate ad indagare la potenziale abitabilità di alcuni di essi (i pianeti contraddistinti con le lettere ‘e’, ‘f’ e ‘g’, infatti, si trovano nella cosiddetta zona abitabile) e a verificare la presenza di acqua. Proprio l’acqua è al centro di un recente studio, basato sui dati del telescopio spaziale Hubble e condotto da un team internazionale di astronomi coordinato dall’Osservatorio dell’Università di Ginevra. La ricerca è stata illustrata nell’articolo "Temporal evolution of the high-energy irradiation and water content of Trappist-1 exoplanets", pubblicato sul portale Esa dedicato ad Hubble.


Il gruppo di lavoro, alla ricerca di tracce di acqua, ha utilizzato lo spettrografo Stis (Space Telescope Imaging Spectrograph) del telescopio, impiegandolo per studiare la quantità di radiazioni ultraviolette ricevute da ogni singolo componente del sistema di Trappist-1. Questo tipo di radiazioni, per gli esperti, è di grande importanza per seguire l’evoluzione dell’atmosfera dei pianeti. Secondo gli studiosi, le radiazioni ultraviolette provenienti da Trappist-1 possono incidere sull’atmosfera dei suoi pianeti scindendo le molecole di vapore acqueo in ossigeno e idrogeno (processo di fotodissociazione); tuttavia, mentre le radiazioni a più bassa energia producono questa scissione, quelle dotate di energia più intensa (radiazioni Xuv) e i raggi X riscaldano la parte alta dell’atmosfera, che lascia andare l’ossigeno e l’idrogeno.


L’idrogeno ‘in fuga’, per il team della ricerca, può essere tracciato da Hubble e agire come un possibile indicatore di vapore acqueo atmosferico. Le osservazioni condotte sugli esopianeti in questione suggeriscono che, nel corso della loro storia, tali corpi celesti abbiamo perduto un’immensa quantità di acqua. Questa situazione riguarderebbe soprattutto i pianeti contraddistinti con le lettere ‘b’ e ‘c’, i più vicini alla stella, mentre i più lontani - compresi i tre della zona abitabile - avrebbero subito una perdita meno consistente e potrebbero aver mantenuto un certo quantitativo di acqua. Gli autori dell’articolo ritengono che lo studio schiuda nuove prospettive di ricerca sugli esopianeti con l’utilizzo delle lunghezze d’onda e che un contributo rilevante in tale ambito potrà essere fornito dal telescopio Webb, l’erede di Hubble.